Tir al porto di Reggio Calabria. La nota del Presidente Aloisio

Il Governo ha dato il via libera al progetto che trasferirà nel Porto di Reggio Calabria buona parte del traffico dei tir che adesso transitano a Villa San Giovanni.

Un colpo mortale per la già precaria mobilità cittadina con un aeroporto ormai agonizzante, senza alta velocità, con pochi, malandati treni e un’autostrada penalizzata da lavori ormai infiniti ma anche un ostacolo insormontabile per qualsiasi strategia di crescita e valorizzazione turistica del nostro territorio che dovrebbe partire proprio dal rinnovamento del porto, così da renderlo un attracco turistico appetibile.

Non possiamo continuare a girare la testa dall’altra parte facendo finta di non vedere che da anni, ormai, Reggio sta venendo demolita pezzo per pezzo: ci hanno tolto la sede principale dell’Agenzia dei Beni Confiscati e la direzione regionale dell’Agenzia delle Dogane, siamo la città più tassata d’Italia, la più povera, con la più alta disoccupazione giovanile d’Europa, con infrastrutture e servizi da terzo mondo, soffocata dalla presenza della ndrangheta e ostaggio di un clima di sospetto continuo e asfissiante.

Un territorio già isolato dal resto della nazione che, con questa sciagurata decisione, subirà il definitivo colpo di grazia: arrivare o spostarsi da Reggio Calabria diverrà praticamente impossibile.

La nostra è una città dalle immense potenzialità che si trova in una situazione kafkiana come, del resto, la gran parte del Meridione: invece di essere sostenuta è continuamente umiliata da decisioni spesso incomprensibili e contrarie a ogni buon senso. Siamo nella stessa condizione di chi sta affogando e, invece di venire soccorso con un salvagente, riceve un bel peso di venti chili da caricarsi sulle spalle.

Crediamo che sia giunta l’ora di dire basta. Reggio non si merita questo. Noi non lo meritiamo.

È il momento che la politica, le istituzioni, le associazioni, gli ordini professionali e i cittadini, la parte sana e maggioritaria della città, si uniscano senza divisioni o distinzioni strumentali per difendere la propria terra e i propri diritti.

Ne va del nostro futuro ma, soprattutto, di quello dei nostri figli.
Io ci sono. Confesercenti c’è”.

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